San Camillo

SAN CAMILLO:
un cuore per il malato

Gli annunciarono che un illustre prelato lo aspettava con impazienza. Lui stava imboccando un malato. Replicò, senza nemmeno voltarsi: “Dite a sua Eccellenza che ora sono occupato con Gesù Cristo. Non appena avrò finito, ripresenterò”.
E allorchè papa Clemente VIII, agli inizi del suo pontificato, venne a far visita all’ospedale di S. Spirito, lui si inginocchiò a baciargli il piede con il suo corpo gigantesco nel solito abito da lavoro che contemplava anche due piccioli orinali alla cintura. Questo era lo stile di San Camillo dè Lellis fondatore dei Ministri degli Infermi – Camilliani.

Nella sua esistenza tutto muove dal principio della sacralità della persona del malato. Una sacralità che implica la liberazione del malato da “mani mercenarie” a cui era affidato nel contesto sanitario della Roma del cinquecento.
Intorno alla festa dell’assunta del 1582, Camillo dè Lellis, Maestro di Casa all’ospedale S. Giacomo agli Incurabili in Roma (dove era già stato ricoverato per una misteriosa piaga alla gamba, rivelatasi poi inguaribile), venne per così dire folgorato dal pensiero di “istituire una congregazione di uomini pii e da bene, i quali avessero per istituto d’aiutare, e servire non per mercede ma volontariamente, e per amor d’Iddio, con quella carità e amorevolezza, che sogliono far le madri a loro propri figlioli infermi”.

Aveva allora trentadue anni, essendo nato a Bucchianico, nei pressi di Chieti, nel 1550. Da quel momento il pensiero occupò totalmente la vita di Camillo dè Lellis.
Aveva alle spalle un passato di soldato di ventura. La sua giovinezza era stata caratterizzata da una sfrenata, quasi ossessiva, passione per il gioco. Dopo essersi venduto perfino i vestiti, si era ridotto a chieder l’elemosina. Lui stesso in punto di morte (1614) riconoscerà di essere stato “gran peccatore e huomo di mala vita”.
La passione del gioco verrà debellata con la nuova passione, implacabile: il servizio degli infermi, riscattato dalla trascuratezza, dai maltrattamenti, dalla disumanità, perfino dalla crudeltà.
Per l’attuazione del suo progetto dovette lottare con opposizioni di ogni genere. Ma lui, abruzzese, teneva a disposizione, oltre al resto, un temperamento ostinato, una capacità di sacrificio e di dimenticanza di sé che ha dell’incredibile.

Il cardinal Salviati lo definì testa ferrata. Il Baronio, che pur lo ammirava, lo considerava intrattabile. In realtà la sua era la testardaggine del cuore, più che del cervello, ma coinvolgeva tutta la persona. Ed era non qualcosa di statico, ma una realtà dinamica, un pensiero-seme, insomma, che si sviluppava, si spingeva in territori impensati, aveva sbocchi imprevedibili, conduceva a traguardi impensabili.

La nuova “famiglia religiosa”, fin dal suo nascere sarà sempre impegnata alle frontiere più rischiose della miseria degli uomini. Calamità, pestilenze, carestie: i Padri della Croce rossa stanno abitualmente in prima linea, soprattutto quando c’è da giocarsi la vita, come nei casi di peste.
E sempre il fondatore un po’ più avanti di tutti, talvolta anche troppo avanti, difficile per molti tenere il suo passo incredibile.
Tutti impegnati in una triplice prassi:

  • delle mani (servizio completo ai malati);
  • dei piedi (viaggi avventurosi lungo tutta la penisola italiana);
  • delle ginocchia (preghiera assidua

Al centro la figura del malato, nella sua totalità (corpo e anima, malattia fisica da guarire e miserie assortite da assolvere). La cura del malato, nella pedagogia di Camillo dè Lellis, si sviluppa su due versanti:

  • soprannaturale: vedere nel malato la persona del Cristo sofferente;
  • umano: assumere gli atteggiamenti di una madre tenerissima verso il proprio figlio infermo

Le due dimensioni non si possono separare e partono da un’unica prospettiva di fede. Proprio perché nel povero infermo vede Cristo stesso, Camillo lo avvolge di tenerezza materna. La sua è la sfida, folle, quasi utopistica, di un amore impossibile. La sua è la scommessa del cuore. Si può dire che la grande ostinazione di Camillo sia stata quella di mettere il cuore in stato di grazia.
Ai propri figli raccomandava: “Più cuore in quelle mani, voglio vedere più cuore …”.
Osservandolo in una corsia d’ospedale (al Santo Spirito di Roma o alla Cà granda di Milano), preferibilmente in ginocchio di fronte ai suoi “signori e padroni”, si ricava l’impressione di una stupefacente liturgia della misericordia.